Progetto "Wake me up... con gentilezza" - Mi sento accolto?

Gli incontri nella scuola secondaria di secondo grado proseguono e i ragazzi nelle classi continuano a mostrarci e a donarci le loro capacità e sensibilità, chi in modo più celato chi in maniera più manifesta. Una domanda che più volte è emersa riguarda l’accoglienza. Mi sento accolto/a? Cosa significa per me questa parola?

Abbiamo cercato di confrontarci insieme su questo punto e non abbiamo potuto fare a meno di riallacciare questo tema a quello della comunicazione e della gentilezza. Attraverso varie attività è emerso come ognuno di noi a seconda del tono di voce, della postura, del silenzio trasmetta ciò che vuole dire in maniera più o meno ostile oppure tranquilla e gentile provocando una reazione in chi ascolta e, di rimando, anche in chi parla (“quando ascoltavo con attenzione il mio compagno di classe che mi parlava, lui faceva discorsi più interessanti rispetto a quando apparivo scocciato”; “quando ho visto che l’altro mi ascoltava, mi sentivo più tranquillo rispetto a quando era distratto”).

Nelle relazioni di tutti i giorni (in famiglia, con gli amici, a scuola) mi rendo conto di come mi rapporto all’altro? Accolgo quello che mi viene detto e come mi viene comunicato? Sono accolto in quello che dico e mi accorgo come lo comunico?

Queste sono solo alcune delle domande che stiamo suscitando nei ragazzi e che io stessa e le mie colleghe ci poniamo quotidianamente nel nostro lavoro e nelle nostre relazioni. Alcuni ragazzi hanno sottolineato, anche con argomentazioni notevoli, quanto, alle volte, possa essere complicato rapportarsi agli altri con gentilezza: come posso portare avanti le mie ragioni essendo gentile? Abbiamo cercato di far capire che essere gentili non significa “farsi mettere i piedi in testa”, ma instaurare una modalità, per quanto possibile e contestualizzabile, accogliente per far arrivare nel modo più efficace il messaggio. Se indispongo chi ho di fronte difficilmente lo metterò nella condizione di ascoltarmi. Allo stesso modo, se mi arrabbio o mi inorgoglisco difficilmente riuscirò a sentire cosa ha da dirmi l’altro, come se mettessi dei tappi alle orecchie.

Quanto ci costa, quindi, rapportarci con chi ci sta intorno in maniera gentile? All’inizio sicuramente, e soprattutto in certe situazioni, non è semplice e spesso si cade ugualmente nel tranello, ad esempio, dell’arrabbiatura. Ma a chi giova questa rabbia? Mi fa stare bene o mi fa soffrire? Accolgo l’altro nelle sue complessità e difficoltà? Accolgo me nelle mie fragilità? Diversi ragazzi hanno detto che per loro sentirsi accolti significa essere accettati e far sentire l’altro a proprio agio. A proprio agio, stare bene insieme. Penso che la gentilezza sia il fulcro della parola accoglienza e che non si possa parlare dell’una senza pensare anche all’altra.

Recentemente c’è stata la giornata mondiale della gentilezza (13 novembre). Una giornata che alcuni hanno ricordato e condiviso, ma che, come ogni ricorrenza, capita una volta l’anno. E se, invece, venisse ricordata ogni giorno, in ogni singolo momento? Provare a metterla in pratica non costa niente. È difficile? A volte, ma intanto io ci provo.